Vivian Maier

Vivian Maier nasce a New York in una famiglia di immigrati europei, madre francese e padre austriaco , la fanciullezza la trascorre principalmente in Francia nel paese materno di Saint-Bonnet-en-Champsaur nelle Alpi Francesi, intervallata da vari viaggi da e per gli Stati Uniti.
Il padre è una figura un po’ ambigua, quasi sempre assente, va e viene, lascia ad altre persone il posto di capo famiglia, è la madre la persona sempre presente anche se di lei si sa ben poco, la Maier non ne parla molto.
Da giovane viene a contatto con la famosa fotografa americana Jeanne Bertrand, amica di famiglia, che senza dubbio deve averle dato le prime sommarie nozioni di tecnica fotografica o forse solo aver fatto nascere in lei la curiosità per un arte così moderna e alla portata di tutti.
Non riceve una istruzione adeguata e nel 1951, di nuovo a New York, comincia a lavorare in uno “sweatshop” come era chiamato nell’ambiente del lavoro di allora qualsiasi posto dove si facevano e ancora oggi si fanno lavori faticosi e si suda per una paga da fame (le lavanderie sono un ottimo esempio), ma nel 1956 si sposta a Chicago e cambia lavoro, dedicandosi alla attività che le darà da vivere per i seguenti 40 anni e cioè la babysitter, la “tata” per famiglie abbienti.

Non lo fa perché le piacciano particolarmente i bambini degli altri, non lo fa perché le piaccia vivere in casa d’altri, lo fa perché non vuole rassegnarsi a passare la vita ad abbruttirsi in lavori degradanti e ha capito che quello della “tata” nelle famiglie con figli è l’unico lavoro che può permetterle di non consumare rapidamente il proprio fisico e avere tutto il tempo libero che le serve per coltivare la sua unica vera grande passione della sua vita, la fotografia.

Per 40 anni farà il bagno, preparerà le colazioni, vestirà e accompagnerà a scuola i bambini delle famiglie che la ospitano, ma non lo farà mai come una missione, ma solo come un lavoro.
Un lavoro come un altro e si prenderà molte libertà nel farlo, come farsi accompagnare da bambini ancora piccoli nelle sue scorribande per la città, portandoli senza timore nei quartieri più malfamati, o in altri posti ben poco raccomandabili a persone sensibili come ad esempio lo scalo ferroviario del mattatoio comunale, senza dubbio bellissimo posto per scattare fotografie di crudo realismo ma non per passarci dei pomeriggi con bambini al seguito…
Non c’è da stupirsi se alcuni dei bambini che la ebbero come babysitter la ricordano come una magica Mary Poppins di Chicago e oggi portano nella memoria le ore passate con lei come eccitanti e straordinari momenti di vita e altri invece se la ricordano con un certo terrore e rivivono quelle stesse ore come momenti da incubo, a lei non interessavano le loro reazioni, erano solo dei pesi da portarsi in giro per la città, e spesso li lasciava da soli ad aspettarla in qualche vicolo per addentrarsi in posti abbandonati dove sperava di trovare soggetti buoni da fotografare.

Vivian Maier ha avuto una sola passione totalizzante ed è stata la fotografia, qui si potrebbe anche chiudere il discorso su di lei, il resto sono solo dettagli.

Durante la sua lunga vita Vivian Maier non si sposò e non ebbe alcuna relazione sentimentale, era un essere solitario, non faceva e non coltivava amicizie, aborriva il contatto fisico con qualsiasi appartenente alla metà maschile del genere umano…e se qualcuno tentava un contatto anche solo per aiutarla la risposta poteva essere anche brutale, un bel pugno in faccia…
Gli uomini a suo dire erano solo dei maniaci e da alcune parole lasciate sfuggire sembra che da piccola avesse subito delle molestie sessuali da parte di qualche persona adulta e che la cosa le avesse procurato una vera e propria avversione per tutto ciò che poteva assomigliare a una relazione fisica con un uomo.
In tutta la sua vita non ha mai indossato vestiti che potessero essere considerati un minimo femminili, secondo alcuni vestiva come una massaia moscovita ai tempi di Stalin, e il suo unico chiamiamolo così vezzo era di indossare sempre un qualche ridicolo cappello possibilmente con la tesa rialzata sulla fronte per non farsi ombra mentre scattava foto.La mancanza di una figura paterna affidabile da poter usare come riferimento durante la fanciullezza, la mancanza di altri affetti durante la vita, pian piano ne evidenziano le difficoltà di carattere, la rendono sempre più spigolosa, intrattabile, inavvicinabile, introversa e incline a nascondersi, i suoi ultimi datori di lavoro ufficialmente conosciuti ancora si ricordano del giorno in cui dovettero chiederle di trovarsi un altra famiglia perché loro proprio non riuscivano più ad andarci d’accordo e sopportarne le stravaganze e cominciavano a temere per l’incolumità fisica e psichica dei loro figli…

La qualità che più ha contraddistinto la Maier è proprio l’essere stata sempre stravagante, fuori dall’ordinario in tutte le manifestazioni della sua esistenza, nessuna esclusa.
Probabilmente dire che era una persona stravagante è un po’ poco, possedeva infatti una intera collezione di manie, era un piccolo compendio vivente di disturbi della personalità o quantomeno stranezze nel comportamento.

Aveva l’abitudine di uscire con un registratore portatile e di fare interviste alle persone per strada o nei negozi, supermercati, parchi, ecc.ecc. chiedendo agli sconosciuti il loro parere sui problemi del giorno, fossero le elezioni, la guerra in Vietnam o la causa femminista o un recente fatto di sangue in città.
Era socialista, femminista e anticlericale e secondo lei nessuno poteva esimersi dal sapere cosa stava succedendo nel mondo e avere una opinione in merito, e lei era lì per ricordarlo a tutti e per registrare a futura memoria le opinioni del suo prossimo.

Un’altra strana mania della nostra fotografa era quella di non dare mai il proprio nome e cognome a chi glielo chiedeva, nemmeno ai negozi dove mandava a sviluppare o stampare le sue foto, dava sempre nomi falsi storpiando il suo vero nome.
A 80 anni ancora parlava con un forte accento volutamente pseudo-francese, solo per non farsi conoscere del tutto, per sviare le tracce, perfino le persone che le avevano dato lavoro per anni sono rimaste sorprese nel sapere che era nata a New York e non emigrata già da grande.

Il disturbo più serio però di cui soffriva Vivian Maier è chiamata oggi sindrome da accumulatore seriale o compulsivo, un disturbo da lei contenuto sempre in limiti sopportabili, mai portato ad estremi livelli, ma pur sempre una indicazione di un disturbo psicologico di una certa rilevanza.Essere degli accumulatori seriali non impedisce però di essere degli artisti o dei geni nel proprio campo, anzi come dicono alcuni psicologi un disturbo ossessivo centrato sulla raccolta di informazioni non è altro che un modo per sfogare energia creative e ritrovarle più tardi in altra forma come prodotto artistico, come ha detto e scritto qualcuno “il mio disturbo ossessivo compulsivo ha peggiorato la mia vita ma migliorato il mio lavoro” .

Ed è così che un po’ come Andy Warhol e le sue famose capsule del tempo o Stanley Kubrick e le sue 400 casse di documenti vari, Vivian Maier accumulava, in scatole e scatoloni, nella sua stanza e poi in depositi affittati appositamente per questo scopo, oltre alle sue foto tutto ciò che la riguardava personalmente come abiti, cappelli, scarpe, e anche le registrazioni delle interviste, i filmini girati con la sua macchina da presa amatoriale, centinaia di manifesti elettorali, tutte le lettere e le ricevute e scontrini di una intera vita, a migliaia e tutti annotati; ma soprattutto centinaia e centinaia di giornali quotidiani che formavano vere montagne di carta e le lasciavano appena lo spazio per muoversi, causando anche problemi nella staticità della casa in cui viveva, costringendo il proprietario a puntellare da sotto i pavimenti della sua stanza, incurvati dal peso eccessivo di quintali e quintali di carta stampata.
Non contenta delle innumerevoli pile di giornali accumulati in casa, aveva raccolto in decine di cartelle i ritagli di giornali che riportavano fatti di sangue, omicidi, stupri, violenze contro bambini o donne, come se avesse bisogno di essere continuamente rassicurata sul fatto di aver ragione nel considerare il mondo un posto pieno soltanto di violenza e morte, un posto da documentare ma non da vivere, in cui essere solo testimoni e mai dei partecipanti.
Era come se ad ogni ritaglio messo via lei potesse esclamare “..ve lo avevo detto io!…bisogna fare attenzione..!”
Infine, per chiudere la parentesi sulla sua ossessiva relazione con i giornali, da cui era morbosamente attratta, la Maier ha fotografato centinaia di giornali esposti nelle edicole, nei distributori di giornali, per terra, sui marciapiedi, nei cestini dei rifiuti, giornali nuovi, vecchi, ecc.. ecc.. se ne vedeva uno non poteva far a meno di immortalarlo su negativo, e il bello è che sono sempre scatti di assoluta qualità…
La sindrome da accumulatore seriale è oggi presa molto seriamente dai medici che ne attribuiscono di solito l’origine a una grave mancanza di affetto da bambini o anche a episodi di violenza subita sempre da giovani.
Chi soffre di questa sindrome accumula oggetti per compensare l’affetto non avuto o avuto male, inizia a farlo come una sorta di terapia che se però prende il sopravvento, come a volte accade, diventa una vera e propria malattia…

Ma Vivian Maier a mio parere era soprattutto una accumulatrice di immagini e momenti della vita che la circondava, fotografava il mondo perché voleva tenerne memoria, a differenza di Francesca Woodman la Maier è stata una fotografa di istanti reali, lei non preparava scene da ritrarre per dimostrare una tesi, fotografava perché non si perdesse memoria di quel dato luogo, di quei soggetti che le avevano attirato l’attenzione in quel dato momento poichè “fotograficamente perfetti”.
Ma io penso che conservare la memoria fotografica di quel momento e luogo, scelti perché perfetti, significasse per lei soprattutto la conferma di essere viva e presente al mondo, qualcosa che la faceva star bene.Vivian Maier è morta all’età di 83 anni, nel 2009 a Chicago, per i postumi di una brutta caduta nel parco cittadino dove passava le giornate sulle panchine, ridotta in povertà e sola.
Ormai lei non sapeva più badare a se stessa, dopo la sua morte sono stati ritrovati assegni a suo nome rilasciati dalla assistenza sociale per un valore di diverse migliaia di dollari…mai riscossi…del resto lei non aveva mai badato troppo al denaro, il denaro che guadagnava le serviva solo per pagare pellicole e stampe…
Anche tutta la sua opera era rimasta chiusa in depositi affittati appositamente ma che ad un certo punto, mancando i pagamenti degli affitti, furono svuotati e il contenuto messo all’asta senza che la Maier ne fosse neppure informata, avevano un suo nome falso….

Le peripezie che hanno contraddistinto la scoperta del materiale e la sua pubblicazione dopo la morte della Maier sono ormai di dominio pubblico, al momento in cui scrivo è in corso una causa legale tra gli scopritori e ora proprietari del materiale fotografico e chi invece ne rivendica il Copyright…e non è una contesa da poco, ballano ormai i milioni di dollari perché la Maier è diventata famosissima dopo la morte e la sua opera è molto richiesta da gallerie di tutto il mondo.

Se la sua opera non fosse stata messa all’asta forse sarebbe andata distrutta o persa e non avremmo magari mai conosciuto un’artista di una qualità così straordinaria. Sono circa un rullino al giorno, ogni giorno della settimana, ogni settimana dell’anno per circa 50 anni…..e nessuno aveva la minima idea di tutto questo lavoro di una intera vita…nessuno si era mai chiesto cosa mai se facesse quella strana babysitter di tutte le foto che scattava….La Maier infatti ha mantenuto privato e nascosto il suo lavoro fino all’ultimo, non ha mai cercato di vendere o pubblicare i suoi lavori, per quanto da alcune delle sue lettere si può evincere che era pienamente consapevole del valore artistico della sua opera e che ne fosse anche orgogliosa, può darsi si fosse anche pentita di non aver mai osato cercare una approvazione esterna, ma lei era fatta così…
Vivian Maier è oggi etichettata dalla critica come una Street Photographer, una fotografa cioè che si occupa di documentare la condizione dell’uomo nella città, e che ciò che avvenga per strada o meno non importa, significa documentare il tessuto sociale e non l’architettura cittadina.
Ma a mio avviso Vivian Maier è una fotografa che non può essere inquadrata in nessuna categoria, la sua fotografia è molto più che una mera descrizione della vita della città e dei suoi occupanti, come ho detto sopra lei registrava tutto ciò che il suo occhio fotografico considerava interessante e unico, persone e cose in una particolare combinazione di spazio e tempo che rendono le sue foto attraenti, nostalgiche, toccanti, espressive al massimo specie quelle in bianco e nero.
I soggetti possono essere suddivisi principalmente in autoritratti, la sua ombra, bambini, persone, accattoni, folla, architettura urbana, giornali, cestini, paesaggi e per ogni categoria ci sono migliaia e migliaia di foto.Gli autoritratti comprendono tutte le possibili ed immaginabili varianti di ciò che può essere definito un autoritratto indiretto, eseguito cioè puntando l’obiettivo verso una superficie riflettente e non verso se stessi.
Specchi di ogni dimensione, vetrine di negozi, coprimozzi di ruote d’automobile, vassoi, lastre di metallo, ecc… ecc… tutto ciò che è in grado di riflettere le immagini è stato usato dalla nostra fotografa per riprendersi con la macchina fotografica al collo, di solito guardando nel mirino della sua fidata Rolleiflex 6×6…
Per finire il discorso fatto più sopra, ogni suo autoritratto preso al volo è una sorta di firma posta nel mezzo del rullino, come dire “…sono io, sono Vivian Maier, queste foto sono mie, questa città è la città dove vivo anche io, questo è il tempo in cui vivo anche io…”n definitiva si potrebbe dire “….fotografo (me stessa) e dunque sono….”
Una variante è la serie delle foto della sua ombra, prese sempre in esterno, con l’aggiunta nella foto di qualche elemento estraneo all’ombra, a volte per rendere la foto più significativa altre invece solo per bilanciare le masse chiare e scure e migliorare l’estetica.
La foto esposta più sopra con l’ombra della Maier proiettata sul muro di un palazzo dall’altra parte della strada è un esempio di queste foto con in più qualcosa di drammatico, di misterioso, che dona a questa foto una atmosfera assolutamente unica e leggermente inquietante, l’ombra della Maier sembra quella di una sentinella o guardiano che veglia (o spia) sul quartiere.
Non a caso quando qualche estraneo le chiedeva cosa facesse come lavoro lei non menzionava mai il lavoro di babysitter ma rispondeva sempre “…sono una specie di spia…”La Maier fotografava anche edifici cittadini ma di solito come sfondo o come panorama urbano, bellissime alcune sue foto di New York prese dall’alto, ma quando vedeva un muro o una struttura artificiale lo riprendeva senza esitazione con un occhio così fotograficamente perfetto da lasciare a bocca aperta, qui sotto una foto di un angolo di New York, con la contrapposizione fortissima dei sei esili paletti stradali che si alzano dal suolo e dell’enorme piede di sostegno della sopraelevata che scende invece dall’alto, il tutto reso “fotografico” dalla presenza di due figure umane immobili, anch’esse come pali, e che danno contemporaneamente una scala di lettura, una profondità e una prospettiva all’immagine, la bilanciano nella suddivisione delle masse chiare e scure e rendono la foto inquietante e potente allo stesso tempo.
Notare anche la contrapposizione tra le righe bianche orizzontali e la verticalità di tutti gli altri elementi.

http://www.vivianmaier.com/

Vivian Maier

Vivian Maier

Undated. New York

Undated. New York

Undated

Undated

Undated

Undated

Undated, Chicago, IL

Undated, Chicago, IL

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Undated

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Undated, Canada

Undated, Canada

Undated, New York, NY

Undated, New York, NY

Undated

Undated

Undated, Vancouver, Canada

Undated, Vancouver, Canada

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Undated, New York, NY

Undated, New York, NY

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1953, New York, NY

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June 1953, New York, NY

June 1953, New York, NY

1953

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1954, New York, NY

1954, New York, NY

1954, New York, NY

1954, New York, NY

1954, New York, NY

1954, New York, NY

1954, New York, NY

1954, New York, NY

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September 26, 1954, New York, NY

September 26, 1954, New York, NY

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April 9, 1955, New York, NY

April 9, 1955, New York, NY

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VM1956W00022-09-MC

VM1956W03008-11-MC

April 20, 1956. Chicago, IL

April 20, 1956. Chicago, IL

September 1956

September 1956

August 22, 1956. Chicago, IL

August 22, 1956. Chicago, IL

July 1957. Chicago Suburb, IL

July 1957. Chicago Suburb, IL

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May 23, 1959, Hong Kong, China

May 23, 1959, Hong Kong, China

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September 29, 1959, New York, NY

September 29, 1959, New York, NY

September 25, 1959. New York, NY

September 25, 1959. New York, NY

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January 31, 1963. Hull House, Chicago, IL

January 31, 1963. Hull House, Chicago, IL

1963, Seminole, Florida

1963, Seminole, Florida

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July 29, 1971. Chicago, IL

July 29, 1971. Chicago, IL

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